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La Caravella di Remigio Paone a Formia

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Di Remigio Paone sapevo solo che era un impresario teatrale e che era nato a Formia, come tutta la sua famiglia.

Con il passare del tempo, per i racconti che sentivo in casa e ricostruendo esperienze dirette mi sono reso conto che non basterebbe un libro per raccontare la sua vita.

Ne parlavano mia nonna che era amica della madre e della moglie, mamma che era amica del fratello, il fratello stesso, un avvocato che abitava nel nostro palazzo a Roma.

Antifascista, partigiano, giornalista, capocomico, impresario teatrale, scopritore di talenti quali, tra i tanti, Riccardo Muti, Zacconi, Ruggeri, De Sica, Totò, Walter Chiari, Macario, Wanda Osiris, Renato Rascel, Gino Cervi, Quartetto Cetra. Tutto questo era Remigio Paone. Amico di Giorgio Amendola, Pietro Nenni, Sem Benelli.

Pietro Nenni lo vedevo spesso a Formia, dove aveva una casetta. Camminava velocemente sulla battigia, la mattina presto, un po’ curvo e sbilanciato in avanti, abbondante costume di lana, lenti spesse ed un panama bianco, concentrato nei suoi pensieri. Faceva una vita ritirata ma per fortuna si vedeva spesso la nipote, una ragazzina molto simpatica e carina, come la nipote di Sem Benelli, anch’egli abitudinario di Formia.

Non sapevo tutte queste cose quando andavo nella sua villa a giocare con una bambina molto graziosa. Era la figlia dei suoi domestici, ma anche la principessina della casa. Remigio Paone e la moglie non avevano figli e le erano molto affezionati.. Il suo nome era Graziella ma in casa la chiamavano Cicci..

Le meraviglie della casa cominciavano dalla spiaggia. Cioè già da quello che c’era al mare, si poteva intuire quante altre ce ne fossero nella la villa.

Ogni anno, all’ inizio della stagione estiva , gli operai di uno stabilimento balneare, concessionario di quel tratto di spiaggia, montavano su pali di legno un lungo pontile fatto di tavole che terminava con una rotonda, a poco più di due metri sul livello del mare. Alla fine della passerella, venivano allestite due cabine una di fronte all’altra, come spogliatoio e come zona pranzo, e nella parte centrale venivano stesi vari lettini per prendere il sole. Dal bordo della rotonda una scaletta consentiva di scendere sul motoscafo ormeggiato lì accanto. Era un Riva in mogano che poteva trasportare fino a dodici passeggeri.

Per la gioia degli amici di Remigio Paone si potevano fare due gite, una corta, di sei miglia fino a Gianola, sul lato sinistro del golfo, verso il fiume Garigliano, l’altra lunga, di venti miglia, fino a Sperlonga sul lato destro, oltrepassando la punta della fortezza borbonica di Gaeta.

La gita da Formia verso Sperlonga era fantastica. Attualmente le bellezze della costa si possono ammirare percorrendo in macchina la via Flacca e, volendo, scendendo a mare per i viottoli lungo la strada.

A quel tempo invece questa strada non esisteva. Fu inaugurata nel 1958. Nessuno conosceva quei litorali selvaggi intervallati da alte coste rocciose sulle quali ogni due chilometri circa si trovano ancora oggi le torri di avvistamento delle incursioni saracene. Venendo lungo la via Appia da Terracina, si passava per Fondi dove c’era un bivio: da una parte si poteva raggiungere Sperlonga, dall’altra Gaeta ma passando prima per Formia.

Solo chi poteva arrivava via mare poteva ammirare la costa. Via terra era quasi impossibile, perché bisognava essere pratici dei sentieri che scendevano verso il mare dalle vecchie strade militari sulle colline antistanti o dei brevi tratti ancora percorribili a piedi dell’antica via Appia venendo da Sperlonga. Quando mi invitavano, me ne stavo in un angoletto con questa bambina, senza accorgerci della presenza di illustri ospiti che a volte scherzavano con noi, con la semplicità delle anime grandi.

La villa si trovava a cento metri di distanza dalla casa di nonna ma più in alto, lungo la via Appia. Aveva due ingressi, uno padronale, sulla strada e l’altro, di servizio, in un viottolo laterale. Gli avevano dato il nome “La caravella”, come si leggeva su una mattonella di Vietri murata accanto al campanello. Il richiamo a questo tipo di imbarcazione simboleggiava la scoperta di artisti sconosciuti, come le terre di Cristoforo Colombo.

L’ingresso principale aveva due cancelli che proteggevano un porticato coperto: una macchina poteva entrare da un cancello ed uscire dall’altro, senza che gli occupanti si bagnassero in caso di pioggia. Da una larga scala maiolicata si entrava nell’atrio della casa. Oltre la porta di ingresso, sulla sinistra, addossata alla parete, c’era una vasca rettangolare con cinquanta centimetri d’acqua e al centro, grande come una barca a remi e alta quasi fino al soffitto, sorretta da un invaso di acciaio, una caravella. Era un capolavoro di modellismo. Tutti i pezzi erano fatti a mano: alberi, pennoni vele, sartie, scale di corda fasciame, cannoni. Sulla prua una prosperosa polena dorata che dava il nome al vascello: Italia, mia moglie, come raccontava lui.

Oggi mi piace credere che quella polena fosse la donna italiana propiziatrice del viaggio e lei stessa alla ricerca della propria femminilità calpestata dalla guerra e dalla fame, mentr gli uomini erano lontani quando non anche trucidata da deportazioni e falcidiata nella lotta partigiana..

Certo,, fu il diritto al voto dato alle donne nel 1948 a ridare loro dignità ma fu il nuovo modello femminile scintillante proposto dalla rivista che diede loro lo stimolo a desiderare, oltre alla propria indipendenza, un nuovo status di bellezza. Chi le ha viste, certo ricorderà le immagini dei manifesti elettorali dell’epoca, madri indomite sullo sfondo di bandiere, ma vestite di abiti dimessi, senza alcun abbellimento.

Quando c’era qualche ricevimento, la caravella era un’esplosione di luci colorate grandi e piccole. In mezzo all’atrio una imponente scala semicircolare di noce chiaro conduceva al piano superiore.

Quello che mi affascinava di più si trovava a destra dell’atrio: una sala da biliardo con tre ordini di nicchie alle pareti, tutte illuminate. Alternativamente queste nicchie contenevano una bottiglia antica ripiena di liquido colorato e una caricatura in cartapesta, con colori sgargianti, della testa a grandezza naturale di ogni artista che aveva lavorato per Remigio Paone. Non proprio tutti ma sicuramente i principali, forse una trentina. Accanto al biliardo, un’altra saletta con un piccolo teatro, con poche poltrone, una pedana lunga quanto la parete che faceva da palcoscenico e il sipario arrotolato, di velluto rosso. Al centro della pedana, un pianoforte a coda, uno Steinway & Sons da concerto, la stessa marca di Arturo Benedetti Michelangeli. Impazzivo a sentire i suoi odori di legni diversi quando lo aprivo per suonare qualche nota con un dito.. In quel teatrino ci riunirono a noi ragazzini durante una delle tante feste di compleanno di Cicci e ci fecero la sorpresa di un piccolo concerto del Quartetto Cetra, venuto appositamente da Milano.

Due erano gli avvenimenti mondani più importanti dell’estate, entrambi in agosto: il compleanno di Cicci e quello della moglie di Remigio Paone, una bellissima signora. Ogni volta la fine della festa era salutata da mezz’ora di splendidi fuochi d’artificio.

Al primo piano della villa c’era un gran salone di rappresentanza rettangolare. Il muro del lato più lungo era tappezzato di quadri di gran valore, per una trentina di metri. Il lato di fronte era un susseguirsi di vetrate verso il giardino, affacciate sul golfo di Gaeta. Quando andavo a giocare da Cicci, finivamo sempre a ballare e lei mettea i dischi in vinile di Perry Como e Henry Belafonte.

Al secondo piano della villa c’era la zona letto. Volendo si poteva salire anche con l’ascensore, fin dal piano terra.

Nessun’altro a Formia aveva la villa con l’ascensore.

L’ultima particolarità era una casetta insonorizzata, posta alla fine del giardino a ridosso delle colline e della linea ferroviaria. Era l’alloggio dei compositori ed era dotata di una sala di registrazione all’avanguardia per quei tempi. Remigio Paone amava raccontare che in quella casetta avevano composto le loro musiche più belle Gorni Kramer ed il giovane Trovaioli.

Non ho più visto quella bambina e la villa non esiste più. Al suo posto hanno edificato un complesso di villette anonimo. Qualcuno racconta che Remigio Paone ebbe un tracollo finanziario, qualcun altro che smise con il teatro. Da voci udite in casa, invece continuo’ con il suo lavoro senza piu’ muoversi da Milano. Credo anche che volle fuggire dall’inarrestabile progressivo avanzare della gramigna malavitosa che via via andava fagocitando il territorio.

Contributo Video : https://www.youtube.com/watch?v=3cOWI_IGxz4

Articolo tratto da il blo tretre.it

Autore: fermor
Inviato: ott 27 2013 - 02:17
Titolo: La caravella Italia



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