You are here: Home Cultura Biblioteca Brigantaggio postunitario. Una storia tutta da scrivere

Brigantaggio postunitario. Una storia tutta da scrivere

E-mail Print PDF

Il saggio storico di Fernando Riccardi, dal titolo “Brigantaggio postunitario. Una storia tutta da scrivere”, per i tipi di Arte Stampa Editore, uscito di recente, è un'opera di elegante fattura, che attesta la raggiunta maturità di un giornalista che, da anni, frequenta argomenti di storia patria ma che spazia anche su temi specificatamente letterari né trascura la materia attinente al costume.

Riccardi è nato e vive a Roccasecca, quieta cittadina del basso Lazio, patria del filosofo e teologo San Tommaso d'Aquino, ma da tempo ha superato i confini del provincialismo di maniera ed ha affinato su modelli classici il suo stile scrittorio. Il brigantaggio postunitario è uno degli argomenti sui quali si è indugiato con particolare interesse, ponendosi l'obbligo di una assoluta oggettività interpretativa, che per un siffatto argomento è sempre un impegno arduo e faticoso. L'autore ha superato brillantemente la prova di onestà metodologica e valutativa, evitando le illazioni gratuite, le ipotesi dilettantesche e facendo leva su un'accurata, e talora puntigliosa, ricerca documentaria. E così l'ex direttore responsabile de “Il Corriere del Sud Lazio”, il settimanale delle province di Frosinone e di Latina, ora curatore delle pagine culturali de “L'Inchiesta”, quotidiano dell'alta Terra di Lavoro e della Ciociaria, ha potuto farsi largo tra il ciarpame di carta bibliografica tendenziosa, finalizzata a presentare la dinastia borbonica retriva, che aveva fatto, invece, del reame delle Due Sicilie uno stato florido che aveva un'ottima e moderna legislazione. Riccardi, nel suo lavoro, ha voluto dare spazio maggiore ai giudizi di più sicura serietà e cioè alle interpretazioni di storici che scrissero del brigantaggio “sine ira et studio”, badando a disegnare il quadro storico e i personaggi che avevano un sentimento cavalleresco dell'onore civile e militare, per adesione all'imperativo della fedeltà alla monarchia borbonica, intesa da essi come garanzia di valori positivi e come argine alla marea montante dell'odiata invasione piemontese del Reame. Ed ecco in questo libro le riprese di valutazioni autorevoli, come quelle di Aldo De Jaco e di Antonio Lucarelli che da sole bastano ad una piena riabilitazione dei personaggi infamati, definiti “briganti” dalle storie ufficiali ed agiografiche dello stato italiano, da scrittori salariati che, come affermava Gramsci, tentarono di infamare, con un marchio di negatività, autentici legittimisti legati alla società tradizionale e lottanti contro ingiustizie e soperchierie dei piemontesi. L'autore non si limita alla riproduzione di quei giudizi ma li commenta, li colloca in un generale contesto di ricostruzione storiografica. E' proprio in questa operazione di raccordo che conferma le sue migliori qualità di studioso e di ricercatore. Scritto in forma fluida e lieve, il volume si fa leggere senza alcuna difficoltà e si giova anche della benenerenza di aver messo insieme 15 illustrazioni di raro interesse, ricavate, alcune, da un materiale iconografico poco conosciuto. Al Riccardi, inoltre, dobbiamo chiare spiegazioni sui retroscena storici. A lui va il merito di aver considerato il corso della storia in un'ottica non faziosa e più attenta al dettaglio quotidiano, andando un poco controcorrente rispetto alla vulgata risorgimentale che ancora oggi imperversa, stendendo un velo di oblio su efferatezze davvero inaudite, su delitti nefandi e su eccidi organizzati contro Gaeta e centinaia di città dell'Italia meridionale da parte di conquistatori che si servono della maschera ipocrita del portatore di civiltà, comportandosi da invasori e attribuendo l'epiteto di “briganti” ad un fenomeno di resistenza popolare che si opponeva a 120 mila uomini che misero a ferro e a fuoco il Sud. All'autore non piace questa Italia nata dal genocidio e dall'oppressione, è contro le stucchevoli celebrazioni oleografiche, contro le ragioni della forza, contro la repressione sabauda con famigerati metodi polizieschi, scatenata con crudeltà dalle autorità militati ed imposta dalla “legge Pica” del 1863. Egli opera, oltre che con rigore documentario ineccepibile, frutto di lunghe ed accurate ricerche negli archivi, fornendo nuove e stimolanti indicazioni per la ricerca, con distacco ed obiettività. Così rimette in piedi la storia sommersa. Messa volutamente nel dimenticatoio, tutta da riscrivere, soprattutto contro il trionfalismo e contro il fiume di vuota retorica dell'unità d'Italia, enfatizzata al massimo grado da intellettuali che rimasticano “qualche dottrina illuministica rinsecchita”. L'autore “demitizza” il Risorgimento. Egli demistifica la storiografia partigiana che ha camuffato, per troppo tempo, le verità, come demistifica i plebisciti popolari, definiti dal Riccardi “un grossolano e gigantesco imbroglio”, una farsa come descritto ne “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. L'autore ben lumeggia il carico fiscale insostenibile, iniquo imposto dal governo sabaudo in tutto il Mezzogiorno d'Italia per “coprire la voragine che si era aperta nei conti pubblici per sostenere le sempre più ingenti spese militari”. Riccardi ha rispolverato documenti inequivocabili, che parlano chiaro squarciando “la densa coltre di oblio depositata a bella posta sulla materia”, rivelando la virulenza, oltre che la protervia, dell'invasore per il quale i vinti, i cosiddetti “cafoni”, non avevano diritto ad un trattamento umano, perché si opponevano al progresso e ai luminosi giorni del radioso avvenire. Eppure i piemontesi si proclamavano nostri “fratelli”... Nel suo libro Riccardi delinea, tra le tante, la figura di Crocco, del sergente  Romano e delle brigantesse, tutte figure spietate o generose, brutali o cavalleresche, crudeli o nobili, a seconda dei diversi puni di vista. La ricostruzione dei singoli personaggi, fatta con prosa incisiva, a volte delicatamente disegnata, a volte scolpita con pochi trattri efficaci, sempre però accurata e documentata, rivela, ancora una volta, la singolare capacità dello storico di avvicinarsi a questi protagonisti con occhio, ad un tempo, disincantato e amoroso, per metterne a fuoco i tratti essenziali e caratterizzanti, ma anche le contraddizioni e i limiti, e coglierne e rivelarne, così, le luci e le ombre. In ultima analisi possiamo dire che lo storico rivaluta un trascorso falsato e diffamato dalla propaganda risorgimentale. Il Riccardi vuole scrostare la storia dai falsi accumulati a gloria dell'unità d'Italia. Crosta della retorica ufficiale che l'ha, per troppo tempo, ricoperta. Egli contribuisce a sgretolarla svelando miti posticci, ideali di cartapesta. Per Riccardi il Risorgimento ha le gambe corte. Egli si oppone al conformismo agiografico che avvolge il Risorgimento e ad una certa melassa savoiarda e garibaldina sottolineando le magagne, i cinismi politici ed accennando a glorie militari immeritate e a fama usurpata. Questo è avvenuto perché egli, con una intensa attività di ricerca, ha saputo cercare a fondo in archivi dimenticati, lavorando in contrasto all'ortodossia accademica sul controverso periodo, capziosamente definito “brigantaggio”, reperendo documenti che potrebbero finalmente far luce sulla distruzione di interi paesi e sulla fucilazione di migliaia di meridionali e raccontando, senza reticenze e parzialità, e non in modo sommario e fazioso, come andarono le cose 150 anni fa.

Alfredo Saccoccio



Add this page to your favorite Social Bookmarking websites
Reddit! Del.icio.us! Mixx! Free and Open Source Software News Google! Live! Facebook! StumbleUpon! TwitThis Joomla Free PHP
 

Fra'Diavolo

contatore