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L’antica Pandataria

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Storia e Bellezza. È difficile capire, per chi non vi abbia mai messo piede, come un luogo così piccolo possa racchiudere così tanto dell’una e dell’altra. Pandotéira, colei che dona più di ogni cosa: questo il nome che le diedero i Greci, latinizzato poi dai Romani in Pandataria.

Siamo nel cuore del Mar Tirreno, su un’isola dell’Arcipelago Pontino che è meta vacanziera, ma che non si è mai arresa alle regole invasive del turismo di massa e della mondanità. Siamo in un piccolo paradiso di tufo che porta addosso i segni di epoche lontane e recenti, un angolo di Mediterraneo privo di discoteche e villaggi turistici, laddove un giorno Altiero Spinelli immaginò l’Europa unita, dove Nanni Moretti fece iniziare La messa è finita, e dove Paolo Virzì ambientò Ferie d’agosto. Una terra appartata, austera e gentile, che sa far innamorare con semplicità chiunque vi si approcci.
Iniziò tutto oltre un milione di anni fa, quando una serie di eruzioni vulcaniche sputarono fuori dal mare l’odierna isola di Ventotene con il piccolo isolotto di Santo Stefano. L’uomo arrivò su questi lidi tra il XVI e il XVII secolo a.C., in piena Età del bronzo. A dispetto delle misure assai ridotte – nel punto più lungo non raggiunge i tre chilometri e in quello più largo gli 800 metri – la sua colonizzazione fu un processo costante, toccando l’apice in epoca romana.
Pandataria, dopo essere passata sotto il dominio romano nel IV secolo a.C., fu per un lungo periodo dimenticata, anche a causa della valorizzazione della vicina Ponza. Tornò in auge nel I secolo a.C., quando fu designata da Augusto quale terra di confino per gli esponenti più “indisciplinati” della famiglia imperiale. A decretarne la nuova funzione ci pensò la Lex Julia de adulteries, promulgata nel 18 a.C. Fu così che molte donne si ritrovarono relegate nella villa di Punta Eolo, da Agrippina Maggiore a Ottavia, da Flavia Domitilla alla stessa Giulia, la libertina figlia dell’imperatore. Un luogo d’esilio particolarmente accogliente: la sola Giulia aveva a disposizione piscine, servitù e addirittura un teatro personale.
In epoca medievale Pandataria, il cui nome era nel frattempo mutato in Pantatera e poi in Ventatere, passando per Bentilem (appellativo utilizzato dai pirati arabi), conobbe un nuovo declino. Solo con l’arrivo dei Borboni si crearono i presupposti per un secondo processo di urbanizzazione dell’isola: il borgo attorno al Porto Romano, la chiesa di Santa Candida, le rampe che salgono dal porto verso piazza della Chiesa, il maestoso carcere di Santo Stefano, sono tra i più importanti lasciti di età borbonica presenti a Ventotene (il cui attuale nome, dopo molte altre mutazioni, si affermò solo nel XX secolo).
La maggior parte delle spiagge si raggiunge facilmente a piedi, ma affittando una barca (se il mare è “in buona” basta una canoa) ci si può spingere verso le cale più nascoste. Per chi volesse passeggiare, si segnalano la piccola insenatura di Cala Battaglia (baia rocciosa e apparentemente “inospitale”, ma forse tra le suggestive), la baia Moggio di Terra, disseminata di ciottoli neri, e la splendida Parata Grande, piccolo gioiello cui si accede da una lunga e panoramica scalinata. È da qui che si godono i tramonti migliori.
Di fronte a ognuno di questi luoghi, un mare cristallino, dai fondali ricchi di varie specie marine e di vecchi relitti. Un piccolo paradiso dei sub, per dirla con frase fatta, nonché meta prediletta da molti velisti. Tra le tradizioni legate all’isola di Ventotene, ce ne sono un paio che vale la pena segnalare. La prima è la festa di Santa Candida (patrona dell’isola), che cade il 20 di settembre e culmina nel caratteristico lancio del Pallone, una mongolfiera costruita ad hoc.
L’altra, sicuramente meno nota, è quella delle dediche. Si possono infatti trovare facilmente, sui muretti del Belvedere sopra Cala Nave, oppure sulle banchine attorno al porto, mischiate tra un ti amo e altre frasi di circostanza, decine di dediche di amore all’isola… Come fosse una bella donna, come fosse viva, Ventotene sembra infatti capace di attrarre e far innamorare chiunque la visiti. Il segno di questo sentimento, oltre che nella memoria personale, si trova sovente inciso sui suoi stessi muri.

Tratto da un articolo di Matteo Liberti pubblicato su “InStoria”: www.instoria.it/home/ventotene.htm




 



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Last Updated ( Monday, 24 May 2010 10:26 )  

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