L’ISOLA DI SANTO STEFANO
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L’ISOLA DI SANTO STEFANO

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L’ergastolo tra storia e ricordi

Vedi il reportage fotografico completo di Pino De Filippis sulla pagina facebook dell'Associazione Terraurunca

La pena dell’ergastolo non è nè giusta, nè utile, ne cristiana. Sta scritto che Iddio vuole la penitenza, non la distruzione del peccatore: o dunque il Vangelo è falso, o questa pena è empia, o chi la dà è stolto ed empio.

Luigi Settembrini

 

Con vogate lunghe e cadenzate la barca si allontana dal porto di Ventotene per raggiungere la vicina isola di Santo Stefano, distante un miglio circa e sulla quale si innalza, imponente e sinistro, l’ergastolo.

Anticamente Ventotene era chiamata Pandataria, successiva mente divenne Vandataria ed infine cambiò definitivamente nell'attuale nome.

Fu prima colonia greca e successivamente divenne un possedimento romano. Sia Ventotene che Santo Stefano furono celebri, sin dai tempi più antichi, perchè in esse vennero relegate alcune donne della nobiltà romana.

Cesare Augusto esiliò a Ventotene la propria figlia Giulia, per la condotta vergognosa che onduceva a Roma. Nella parte più alta di Santo Stefano c’era una villa fatta erigere da Giulia. L’imperatore Tiberio vi mandò Agrippina, che qui morì, e Nerone vi rinchiuse la moglie Ottavia. Anche Flavia Domitilla, nipone di Vespasiano, venne inviata su quest’isola perchè accusata di appartenere alla nascente religione cristiana.

Caduto l’Impero Romano, queste due isole furono assoggettate dai Bizantini. Nell’813 subirono un’incursione di Saraceni e furono abbandonate dagli abitanti fino al secolo XI. Nel 1063 Adinolfo, secondo duca di Gaeta, le donò ai monaci cistercensi di Ponza, che venivano su queste coste in cerca di solitudine.

Furono proprio questi frati a costruire sull’isoletta vicina una chiesetta in onore di papa Stefano X, che qui veniva spesso in preghiera.

Ecco perchè questo scoglio si chiama Santo Stefano.

Altri pontefici vi fecero costruire un carcere ma presto la piccola comunità venne spazzata via da un’altra incursione di Saraceni. Nei secoli successivi queste isolette perdettero ogni contatto con i feudi della terraferma e rimasero quasi completamente deserte. Unico segno di vita erano le orde di corsari saraceni che qui trovavano sicuro riparo per le loro feluche, per poi operare improvvisi e veloci attacchi sulle coste laziali.

Sotto il regno di Ferdinando I di Borbone si iniziò un loro lento ma graduale ripopolamento. Nel 1768 vi furono inviati duecento galeotti per la costruzione delle case della nascente colonia. Erano quasi tutti condannati per qualche pena e ai quali vennero date in moglie donne anch’esse condannate. A questi si aggiunsero famiglie di Torre del Greco e pescatori di Ischia.

L’isolotto di Santo Stefano rimaneva, però, selvaggio e disabitato, continuamente battuto dai venti e dal mare.

Ma nel 1794 sulla cima di questo scoglio venne costruito l’ergastolo ad opera dell’architetto Francesco Del Carpio. Inizia da quel giorno la triste avventura della moderna isola di Santo Stefano, divenendo sinonimo di dolore.

Vi furono rinchiusi i galeotti più pericolosi, i briganti e gli assassini più crudeli condannati al’'ergastolo a vita. Vi furono deportati anche prigionieri politici, i patrioti che in quel periodo facevano risuonare, nel barbaro regno Borbonico, una parola nuova ed esaltante: Libertà.

Fra le sue mura languirono Luigi Settembrini e tanti altri patrioti. Nel 1799 ve ne furono rinchiusi cinquecento, tra cui il padre dell’autore delle Ricordanze della mia vita.

In epoca più recente, sotto una nuova ma non meno crudele dittatura, vi furono relegati Terracini, Scoccimarro, Zaniboni, Athos Lisa e Sandro Pertini.

Ventotene, ormai lontana, sparisce dietro l’alta scogliera di Santo Stefano/« sulla quale si innalza l'ergastolo. Ancora pochi colpi di remi ed entriamo in una piccola darsena ove scendevano gli ergastolani. Ma ricordiamo questo importante momento con le parole di Luigi Settembrini:

 

Ma entriamo in questa tomba dove sono sepolti circa ottocento uomini vivi: vedremo dolori che il mondo non conosce e non può mai immaginare: vedremo uomini imbestiati che sono discesi

all’ultimo fondo dell’abbiezione morale: e da questo abisso di dolori e di delitti innalzeremo gli occhi e la voce a Dio affinchè consoli chi soffre, e consigli chi fa soffrire.

 

Si scende su un piccolo spiazzo scavato nella roccia, continuamente battuto dai marosi,e sul quale sono state fissate due bitte di ferro che servivano per l’ormeggio dei battelli. Su una roccia vicina si innalza una colonna di granito sulla quale, tanti anni fa, venne posta una statua della Madonna che ancora è lì, a sfidare il mare e i venti. Forse era l’ultima visione dolce ed umana per l’ergastolano, perchè poco lontana è la prima porta che si raggiunge lungo un sentiero scavato nella roccia.

Entriamo anche noi, dunque, in questo mondo di sofferenza.

Poco oltre la porta vi sono un corpo di guardia e gli uffici che accoglievano l’ergastolano per le prime burocratiche formalità. Da qui si parte un viottolo che conduce nella parte più alta ove è il carcere, che così apparve per la prima volta a Luigi Settembrini:

 

Su la parte più larga e piana del monte sorge l’ergastolo. Non si può dire che tumulto d’affetti sente il condannato prima di entrarvi: con che ansia dolorosa si sofferma e guarda i campi, il verde, le erbe e tutto il mare, e tutto il cielo, e la natura che non dovrà più rivedere; con che frequenza respira e beve per l’ultima volta quell’aria pura; con che desiderio cerca di suggellarsi nella mente l’immagine degli oggetti che gli sono intorno.

 

Giunti sulla sommità del monte ci appare l’imponente edificio dell’ergastolo, circondato dagli uffici e dalle altre costruzioni che ospitavano tutti i servizi occorrenti per la vita degli ergastolani.

Incontriamo l’officina con un grande gruppo elettrogeno che serviva per l’erogazione della corrente elettrica. Ecco il campo sportivo dove, lo vogliamo crédere,in epoca più recente e, quindi, con leggi carcerarie meno severe, i detenuti trascorrevano qualche ora lieta.

Entriamo nella chiesetta: l’altare e le nicchie sono ancora ben conservati e intorno si vedono pezzi di paramenti sacri abbandonati. Il vento che continuamente soffia su questo scoglio entra tra le finestre divelte, provocando sibili strani: lamenti di anime o il suono indistinto di un organo misterioso?

Su due torrioni posti di fianco alla porta d’ingresso, una meridiana indica ancora le ore, come se in questo mondo di pena nulla fosse cambiato. Sembra, quasi, che voglia segnare il tempo per le ombre che tornano dal regno del surreale a ripopolare queste mura.

Per gli ergastolani il tempo era eterno, “un mare senza sponde”, come lo chiamava Settembrini:

 

Tre anni sono per me un giorno solo, e brevissimo e lunghissimo. Mi rivolgo a contemplare con la mente questo tempo non distinto da avvenimenti e mi par breve: un giorno non è dissimile

dall’altro; si vede sempre lo stesso, si soffre sempre lo stesso. Qui il tempo è come un mare senza sponde, senza sole, senza luna, senza stelle, immenso ed uno.

 

Settembrini ricorda che sulla porta d’ingresso c'era questo distico:

Donec sancta themis scelerum tot monstra catenis

vincta tenet, stat res, stat tibi tuta domus

 

“Finché la santa Legge tiene tanti scellerati in catene, sta sicuro lo Stato, e la proprietà.”

 

(Finchè la santa Giustizia tiene avvinte in catene le nefandezze di tanti scellerati, sta sicuro lo stato, sta sicura per te ogni casa)

 

Ora sulla porta c’è una lapide con questa scritta:

 

Fra queste mura dove nell’ottocento avevano sofferto i Padri del Risorgimento il regime fascista incarcerò Sandro Pertini Presidente della Repubblica.

 

In questo carcere vi erano stati rinchiusi Athos Lisa e Terracini; Pertini vi trovò Scoccimarro e Zaniboni.

Pertini ricorda che i prigionieri erano accolti da questi minacciosi versi di Dante, incisi sulla porta:

 

Lasciate ogni speranza,voi che entrate.

 

Entriamo anche noi, ma lasciamo la descrizione del luogo alle parole di Settembrini:

 

Immagina di vedere un vastissimo teatro scoperto, dipinto di giallo, con tre ordini di palchi formati da archi, che sono i tre piani delle celle dei condannati: immagina che in quel luogo del palcoscenico vi sia un gran muro, come una tela immensa, innanzi al quale sta lo spazietto chiuso dalla palizzata e dal fosso: che nel mezzo di esso muro in alto sta una loggia coverta, che comunica con l’edifizio esterno, e su la quale sta sempre una sentinella che guarda, e domina tutto in giro questo teatro: e più su in questa gran tela di muro sono molte feritoie ad ogni punto. Così avrai l’idea di questo vasto edifizio, che ha forma maggiore di mezzo cerchio, con in mezzo un vasto cortile, ed in mezzo al cortile una chiesetta di forma esagonale, chiusa intorno da vetri. Il cortile è lastricato di ciottoli, ha due bocche di cisterne, e tre basi di pietra, con ferri che sostengono fanali. Il lastricato e le cisterne sono fatti da pochi anni: prima nel cortile erano ortiche e fossatelle d’acqua, dove i condannati andavano a bere, e spesso coi coltelli contendevano per dissetarsi a quelle fetide pozzanghere.

 

Athos Lisa, anch’egli rinchiuso in questo carcere, così ne descrive l’interno nelle sue “memorie”:

 

L’interno dell’ergastolo mi apparve freddo, severo,come una pietra tombale... Il mio pensiero corse agli anfiteatri romani e alla loro storia, perchè l’inferno, all’ergastolo, è fatto a guisa di anfiteatro. Le celle si snodano lungo una circonferenza della quale non mi è stato possibile valutare la dimensione. Ve ne erano al piano terra e al primo piano. Un ballatoio completamente scoperto si snodava su tutta la circonferenza favorendo la sorveglianza diurna e notturna. . . Al centro, elevata da terra, dominava la chiesa, circondata da un terrazzo da cui si potevano sorvegliare i detenuti durante il passeggio. Sotto la chiesa, i cortiletti per il cosiddetto passeggio. Il tutto formava una specie di complesso monumentale: alla sommità la chiesa con pareti di vetro per consentire ai detenuti di “assistère”, alla messa senza uscire dalle celle; attorno alla chiesa il ballatoio per la sorveglianza, e più sotto i cortiletti che formavano una raggiera circolare.

 

L’interno del carcere è rimasto quasi intatto come se coloro che vivevano qui fossero partiti solo qualche giorno fa.

Siamo saliti sui piani che si affacciano sul cortile come fossero dei palchi di un teatro dove ogni giorno si rappresentava sempre lo stesso dramma dal nome terribile: “Dolore”.

Ricordiamo ancora le riflessioni di Settembrini:

Per questa condizione de’ luoghi e degli uomini, gli ergastolani non hanno altro spazio che le celle, e la stretta loggia dalla quale, invidiando, guardano il cortile dove non possono passeggiare, ed il cielo che è terminato dalle alte mura dell’ergastolo, e che come un immenso coverchio di bronzo ricopre il tristo edifizio e ti pesa sull’anima. Se passa volando qualche uccello, oh come lo riguardi con invidia, e lo segui col pensiero e con la speranza stanca, e con esso voli alla tua patria, alla tua famiglia, ai tuoi cari, ai giorni di gioia e di amore, che sempre ti tornano a mente per sempre tormentarti.

 

E Athos Lisa ricorda nelle sue “memorie”:

 

Tutt’intorno un silenzio assoluto come se in quel luogo non vi fossero stati esseri viventi. Eppure a Santo Stefano vi erano anche allora circa trecento detenuti quasi tutti condannati all’ergastolo o a pene molto forti. Anche se la vita sembrava ferma in questo triste luogo, essa si svolgeva invece normalmente mediante un’organizzazione silenziosa e rigorosa.

 

Ed ecco le celle. Vi entriamo forzando porte ferrate che gemono sinistramente sui cardini. Sono larghe circa undici metri quadrati e, al tempo in cui vi fu rinchiuso Settembrini, contenevano anche undici uomini.

Le spesse porte hanno una piccola finestra ferrata che affaccia nel cortile interno e sul muro opposto vi è una feritoia dalla quale si vede il cielo e il mare.

Rileggendo la descrizione di Settembrini, immaginiamo le angosce che in queste celle si provavano in ogni momento e i pensieri di quanti soffrivano fra queste mura:

 

Tetre sono queste celle di giorno, più tetre e terribili di notte; la quale in questo luogo comincia mezz’ora prima del tramonto del sole, quando i condannati sono chiusi nelle celle, dove nella state si arde come in fornace, e sempre vi è puzzo. O quanti dolori, quante rimembranze, quante piaghe si rinnovellano a quell’ora terribile! Nel giorno sempre aspetti e sempre speri: ma quando è chiusa la cella ed alzato il ponte levatoio, più non aspetti e non speri, e ti senti venir meno la vita. Allora non odi altro che strani canti di ubriachi, o grida minacciose che fieramente echeggiano nel silenzio della notte, come ruggiti di belve chiuse; talvolta odi un rumor sordo ed indistinto di gemiti o di strida, e la mattina vedi cadaveri nella barella. …O mio Dio, quante volte ti ho invocato in quelle ore di angosce inesplicabili; quante notti con gli occhi aperti nel buio io ho vegliato sino a giorno fra pensieri tanto crudeli, che io stesso ora mi spavento a ricordarli.

 

E ricordiamo anche le parole di Athos Lisa:

 

Nella cella di segregazione non si era mai soli; due occhi ci sorvegliavano anche se nulla lo faceva sospettare. Quando si immaginava che l’occhio del secondino ci guardasse attraverso lo “spioncino” della porta, ci si accorgeva che esso ci spiava dalla finestra grazie a un ballatoio che correva sotto le finestre e all’esterno del carcere.

Ma per accorgersi di ciò era necessario che proprio in quell’attimo ci capitasse di guardare in quella direzione, perchè nessun rumore tradiva la presenza del secondino.

Ogni cella era sottoposta alla duplice visita giornaliera: il mattino e la sera per il controllo delle grate e dei detenuti. Quando meno ci si aspettava, la porta si apriva violentemente e quattro, cinque secondini armati di uncini e ferri vari, entravano dentro per perquisire ogni angolo ed ogni cosa. Il detenuto doveva mettersi con le spalle alla parete, a braccia aperte e a bocca aperta, in

attesa di subire la perquisizione personale.

Non ci si abitua mai a questa invasione, si ha sempre timore che questi uomini in cerca del “corpo del reato”, finiscano per trovare qualche cosa di cui ignorate l’esistenza, ma di cui vi si attribuisca la responsabilità…

Le celle dei detenuti condannati dal tribunale speciale erano sottoposte ad una particolare sorveglianza. Sulla parte esterna della porta un cartellino con la scritta: “detenuto pericoloso da sorvegliare attentamente”, impegnava i secondini ad un rigoroso controllo.

 

L’inferriata posta di fronte all’ingresso affaccia sul mare. Tra le sbarre si vede la vicina isola di Ventotene e i gabbiani che volano alti nel cielo.

 

Analoghe visioni sono ricordate da Settembrini:

 

Spesso quando il tramonto è sereno ed io con gli altri sette, che son meco nello stesso covile, sono chiuso, mi siedo e volgo gli occhi alla piccola e bassa finestra ferrata. A quest’ora io taccio, e malinconicamente guardo il cielo a traverso i ferri, e nel cielo vedo una stella bellissima e lucente, nella quale io fisso lo sguardo, e il pensiero, e l’anima.

…Oggi è stato un bellissimo tramonto: l’aere tiepido e sereno, il mare tranquillo. Io ho aperta la finestra più vicina al mio posto, la quale, se non foss’io, raramente si aprirebbe da alcuni miei compagni che sempre parlano di non so quali catarri e raffreddori, e mi son messo a riguardare. Gli occhi miei si riposavano sulle acque del canale che è tra Santo Stefano e Ventotene leggermente increspate per la corrente, e vedevo sette battelli pescherecci quale immobile quale guizzante e lasciantesi indietro una lunga striscia su l’acqua.

…Sono stato lungamente a riguardare questo spazio di mare, quest’isoletta vicina, e quelle lontane, quei battelli dove vedevo muovere uomini, quel camposanto dove dormono per istanchezza di dolori alcuni disgraziati compagni, e le onde dell’infecondo mare, e il cielo dipinto dalla benedetta luce del sole, e sentiva venirmi sul volto, entrarmi nei polmoni un filo d’aura vitale che mi ha ristorato le forze, mi ha messo nell’anima quella dolce malinconia che spesso ho sentito al suono d’uno strumento musicale, mi ha armonizzata la vita ed il pensiero.

 

Ma vogliamo fermamente credere che, qualche volta, tra queste mura aleggiasse un po’ di speranza che desse ai prigionieri la forza di resistere ai tormenti e di attendere giorni migliori.

Conferma a questo nostro pensiero ci viene dalle parole con le quali Sandro Pertini ricorda un suo risveglio in una di queste celle:

 

La sveglia suona: è l’alba. Dal mare giunge un canto d’amore, da lontano il suono delle campane di Ventotene. Dalla “bocca di lupo” guardo il cielo, azzurro come non mai, senza una nuvola, e d’improvviso un soffio di vento mi investe, denso di profumo dei fiori sbocciati durante la

notte. È l’inizio della primavera. Quei suoni, e il profumo del vento, e il cielo terso, mi danno un senso di vertigine.

Ricado sul mio giaciglio. Acuto, doloroso, mi batte nelle vene il rimpianto della mia giovinezza che giorno per giorno, tra queste mura, si spegne.

La volontà lotta contro il doloroso smarrimento. È un attimo: mi rialzo, mi getto l’acqua gelida sul viso. Lo smarrimento è vinto, la solita vita riprende: rifare il letto, pulire la cella, far ginnastica, leggere, studiare....

 

Nel periodo in cui vi fu Luigi Settembrini, vi erano rinchiusi quasi mille ergastolani. Il comandante del carcere era coadiuvato da un sergente, da alcuni caporali e da un sufficiente numero di guardie. Un ufficiale, inoltre, comandava una squadra che sorvegliava l’esterno dell’edificio e le acque dell’isola.

Vi erano anche due preti, due medici, un chirurgo e tre infermieri.

I condannati portavano la catena che, a seconda della loro pericolosità, poteva essere a sedici, otto o quattro maglie.

Settembrini ci da’ questa descrizione:

Nell’entrare in questo luogo vedi facce aspramente scolpite, angolose, rugose, tristi, cineree; occhi incerti, sorriso raro e sinistro; vesti strane; parole aspre, fendenti, strascicanti, avvolte, stridenti, di tutti i dialetti del regno. Ciascuno ha le mani lorde di sangue e di furto; ciascuno ha ucciso un altro uomo o due, e tre, e cinque, e sette, e più; e taluno il fratello o la sorella, taluno la moglie; taluno il padre ancora, e la madre, ed i figliuoli suoi.

 

La mortalità era molto alta, poiché alle morti naturali bisognava aggiungere i suicidi e gli ergastolani che venivano uccisi dalle guardie o dai loro stessi compagni. Settembrini ricorda che in sei anni e mezzo, 88 ergastolani morirono di morte naturale, 45 furono assassinati dai loro compagni o dalle guardie e 4 si suicidarono; aggiunge, poi, questa descrizione:

 

Le nostre leggi a pochi delitti danno pena dell’ergastolo: non di meno sono più di settecento ergastolani, ed in vent’anni ne sono morti mille e duecento, de’ quali più di mille uccisi.

Tutti debbono avere le armi, i forti per opprimere, i deboli per non farsi opprimere, i timidi ed i quieti per inclinabile necessità. E veramente se un uomo della tua provincia, che tu neppure conosci, si rissa con un altro; costui ed i suoi paesani se per caso t’incontrano su la loggia, nel loro cieco furore, ti corrono addosso perchè sei paesano del loro nemico, e ti uccidono. Eppure questi uomini che per nulla si scannano tra loro non ardiscono toccar gli agozzini: uno solo uccise un sergente, e subito fu trafitto dagli stessi compagni. Una è la stoltezza dei deboli.

I loro combattimenti non sono forti, e direi generosamente scellerati, ma traditori e vigliacchi: molti s’avventano su di uno che siede o che dorme, e lo feriscon di dietro; o mentre passa innanzi una porta gli cacciano un pugnale nel fianco.

 

In una sua successiva riflessione, inoltre, ci da’ una grande lezione di umanità e nobiltà d’animo:

Egli, infatti, afferma:

 

Quando entrai nell’ergastolo gli uomini che qui sono mi facevano orrore, dopo alquanti giorni mi fecero pietà. Sono scellerati, sì: ma perchè sono scellerati? Ma essi soli sono scellerati? 0 voi che fate le leggi, e che giudicate gli uomini, rispondetemi e dite: “Prima che costoro fossero caduti nel delitto, che avete fatto voi per essi? avete voi educata la loro fanciullezza, e consigliata la loro gioventù? avete sollevata la loro miseria? li avete educati col lavoro? avete voi insegnati ad essi i doveri del loro stato? avete loro spiegato le leggi? Voi che vi chiamate lucerne del mondo, avete voi illuminati questi che camminavan nelle tenebre dell’ignoranza? E se non avete fatto questo, che era vostro dovere, e non avete voi colpa ai delitti loro? or chi vi dà il diritto di punirli? E voi che li punite secondo la vostra legge e la vostra giustizia, voi sarete giudicati secondo un’altra legge e un’altra giustizia, innanzi alla quale voi siete più scellerati di costoro, perchè non avete rubato un uomo, ma avete spogliate e desolate le nazioni; perchè non avete ucciso un altro uomo, ma molte migliaia, e ne avete fatto piangere altre migliaia infinite; perchè non operate per ignoranza ma per malvagità fina e pensata; perchè non arrossite de’ vostri delitti, ma ne menate vanto e li chiamate col nome di virtù.

…Pane e lavoro sono gli elementi di ogni educazione, i mezzi per domare ogni durezza, per mansuefare ogni fierezza. Scacciati i grandi scellerati dalla società che essi hanno offesa, adoperati tutti i mezzi per correggerli, e se non vi riuscite, fate almeno che le sieno utili col lavoro

delle loro mani, non di peso e di scandalo. Occupateli nel lavoro, e li correggerete sicuramente, li renderete morali, perchè il lavoro cangia gli uomini, come appiana i monti, ricolma il mare e fa mutar faccia alla terra. La pena sia dura, sia lunga, ma senza sdegno, come cosa fatale e necessaria, ma abbia un fine ed una speranza”.

 

Riscendiamo i palchi di questo triste anfiteatro, percorriamo il cortile, l’androne buio e tetro “e quindi uscimmo a riveder le stelle”.

Poco discosto dallo spiazzo ove sorge il complesso centrale del carcere, abbiamo trovato il piccolo cimitero, nel quale si entra attraverso un cancello cigolante. Due lapidi poste sull’ingresso ricordano, per coloro che lo avessero dimenticato, che:

 

“Qui finisce la giustizia degli uomini” e “Qui comincia la giustizia di Dio”.

 

Vi sono ancora delle croci piantate nel terreno ed è triste pensare che qui vi sono ancora i resti di uomini dimenticati da tutti, su questo scoglio battuto dai venti.

Settembrini così ricorda questo cimitero:

 

Dalla finestra ho veduto la bara, e i dolenti compagni, ed ho pianto come un fanciullo. Oh che giorno di dolore è stato questo per tutti i politici! Nel camposanto sono due pietre dove sta scritto: “Felice Petrassi 1847”, ed “Antonio Prioli 1855”: sotto quelle pietre stanno le reliquie di due giusti, fra tanti e tutti scellerati.

…Ho veduto il cimitero. O mio Dio, o padre, o speranza mia, deh, non far che io muoia nell’ergastolo: che le mie ossa sieno mescolate con le ossa di chi uccise e rubò, di chi sparse sangue. O mio Dio, fa che gli occhi miei sieno chiusi dai miei figliuoli. Come l’anima mia può venirti innanzi, se partirassi da questo inferno di tutti i vizi e di tutti i dolori? Ne uscirò io vivo? e quando? Questo è pensiero che mi angoscia; ma un pensiero che mi angoscia di più è: ne uscirò io puro, come vi sono entrato? O uomini crudeli che tormentate il corpo e contaminate l’anima; perche attentate voi all’anima, che è fattura di Dio, che è spirito di Dio, che è parte di Dio?

 

Da questa posizione lo sguardo può spaziare da una parte fino all’orizzonte e dall’altra fino alla vicina Ventotene, che sembra quasi di toccarla.

Quassù i gabbiani volteggiano nell’aria “in perpetuo volo”, rincorrendosi con rauche grida. Nugoli di uccelli di passo vanno ad emigrare in terre lontane.

Quante volte tutto ciò deve aver rattristato i prigionieri e Settembrini, infatti, ne parla con parole accorate:

 

Ora qui è cominciato il passaggio degli uccelli: e quasi ogni dì io vedo in questo spazio di cielo che ricopre l’ergastolo passare stuolo di grandi e di piccoli uccelli. Oh quanto io invidio le ali ad una rondine, ad una lodoletta, ad una tortorella! Se io avessi le ali, io volerei senza stancarmi mai, e saprei trovare la nave che porta il figliuolo mio diletto: mi poserei sovra un’antenna e lo riguarderei. Vorrei vedere quanto è cresciuto, come ha abbronzata la faccia al sole ed al mare, vorrei udirlo parlare, guardarlo negli occhi per sapere che fa e che sente.

…O uccelli che passate per questo spazio di cielo che ricopre l’ergastolo, e non vi curate de’ dolori che qui sono, o fortunati uccelli, andate su quel colle, che non trovereste altrove più bel verde, più sereno aere, più dolce riposo: là fatevi il nido, ed allevate i figliuoli vostri come io v’allevava i miei.

 

Ridiscendiamo lungo il sentiero che conduce al porticciolo; riprendiamo la barca e a lente vogate ci allontaniamo da Santo Stefano.

Abbiamo compiuto una visita che non voleva essere soltano una riscoperta storico-sociale dell'isola e dell’ergastolo, ma anche un “viaggio della memoria”, per ritrovare ambienti e luoghi che la società ha frettolosamente dimenticato; per riprovare sensazioni, emozioni e sentimenti

attraverso i ricordi che questo mare e questo scoglio riescono ancora a suscitare.

 

Il ricordo della felicità non è più felicità;

il ricordo del dolore è ancora dolore.

 

George Gordon Byron

(Da Marino Faliero  in Opere  di  George Gordon Byron

– Rossi-Romano Editore, Napoli, 1857)

 

 

 

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

- Luigi Settembrini: Ricordanze della mia vita – Biblio teca Universale Rizzoli;

- Sandro Pertini: Sei condanne due evasioni (a cura di Vico Faggi) - Oscar Mondadori;

- Gianni Bisiach: Pertini racconta - Arnoldo Mondadori Editore;

- Athos Lisa: Memorie. Dall’ergastolo di Santo Stefano alla casa penale di Turi di Bari - Milano 1973.

 



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