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La Madonna della Misericordia di Giovanni da Gaeta

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«NON SI PUÒ ERRARE ESSERE LIBERALE
INVERSO GLI UOMINI GRATI».
La Madonna della  Misericordia  di Giovanni da Gaeta:
le ragioni della committenza.

Sommario - L’attenta analisi iconografica della Madonna della Misericordia di Giovanni da Gaeta è motivo per Gian Gabriele Cau, conservatore del Museo diocesano di Arte sacra di Ozieri, della ricostruzione della genesi storica della tavola già nella chiesa di S. Maria del Regno di Ardara e oggi nel Castello Reale del Wawel di Cracovia. Le ragioni della sua committenza, individuate dall’autore sono tre: quella epigrafica, che formalmente giustifica l’opera, è il ventennale (1448) della seconda rivelazione mariana sul Monte Berico, a sud di Vicenza; quella pretestuosa, indicata nel dono di circostanza per il concomitante insedia-mento del nuovo vescovo di Bisarcio; quella realistica, riconosciuta in un disegno strategico di più ampia portata, posto in essere da Piero De’ Medici il Gottoso, committente dell’opera, mirato alla raccolta dei consistenti proventi del Giubileo del 1450. L’ipotesi è valida e ben argomentata, e ha numerosi riscontri storiografici e nella stessa tavola, dove lo studioso individua lo stemma dei Medici, l’insegna e il ritratto del Signore di Firenze, genu-flesso ai piedi della Vergine. Una committenza di altissimo rango, ai massimi vertici del Ri-nascimento italiano, senza precedenti nella storia dell’arte isolana.


Tra i più pregevoli arredi di remota pertinenza della parrocchiale di Santa Maria del Regno di Ardara, in provincia di Sassari in Sardegna, si considera una tempera e oro su tavola (cm 215 x 137), in bibliografia nota come Madonna della Misericordia, confluita nella prima metà del No-vecento nella collezione del Castello Reale del Wawel di Cracovia, in Polonia . Il dipinto, nel quale Federico Zeri ha riconosciuto la più antica opera superstite, attribuita a Giovanni da Gaeta documentato tra il 1448 e il 1472 , insistette sulla mensa dell’altare maggiore del tempio roma-nico forse per  poco più di mezzo secolo, di certo non oltre il maggio 1505, quando già era stato smesso per l’installazione del Retablo maggiore di Ardara di Giovanni Muru e aiuti . La notizia della sua originaria allocazione  – «solia esser altar maior»  –  è riferita in un inventario dei beni mobili dell’ex cappella palatina del prossimo castello giudicale di Ardara, stilato in occasione della visita pastorale del vescovo di Alghero e Unioni Durante De’ Duranti, nel maggio 1539. L’opera, a motivo degli angeli che l’incoronano Regina Cœli, è censita come una «assunptio de n[ost]ra sen[y]ora». Non si esclude, tuttavia, che in un primo momento la tempera possa essere appartenuta alla prossima cattedrale di Sant’Antioco di Bisarcio o quantomeno, per le ragioni che seguiranno, a quella mensa vescovile. Nella seconda metà dell’Ottocento, senza clamore di popolo, l’antica immagine di «Sancte Marie de Regno»  passò nel giro di vendite del pittore-restauratore carrarese Enrico Castagnino, che in Cagliari aveva posto il centro dei suoi interessi . Entrata nel circuito internazionale dell’arte, nel 1936 fu battuta in asta a Vienna  e acquisita dal Wawel di Cracovia.
La tavola rappresenta l’iconografia stereotipata di una Vergine della Misericordia di cultura iberico-marchigiana, incoronata da due angeli, e la schiera dei fedeli raccolti sotto l’ampio manto, trattenuto da altre figure angeliche. Tra gli uomini, tutti alla sua destra, si distinguono: un papa con tiara in capo, un cardinale con cappello porporato a larga tesa spiovente e trenta nappine rosse che ricadono sul petto, e due vescovi mitriati; tra le donne alla sua sinistra si pone in evidenza una devota posta a fronte dello spettatore. Ai piedi di Maria, presso una piattaforma che conferisce un grado di monumentalità alla scena, è il committente genuflesso e plorante, secondo uno schema assai diffuso tra XIV e XVIII secolo. Sulle ragioni della contestuale e giustificata rappresentazione di dette personalità, tutte coeve, si avrà modo di dire nel corso della trattazione. Agli angoli superiori sono due stemmi, cui si contrappone, nella sezione inferiore, una doppia epigrafe: una invocatoria e una dedicatoria. La prima, sull’alzata del gradino soppedaneo della Vergine, riferisce in un latino a tratti incerto l’orazione conclusiva delle Litaniæ lauretanæ: «CO[N]CEDE NOS FAMULOS TUOS Q[UÆSUMU]S D[OMI]NE D[EU]S P[ER]PETUA ME[N]TIS ET / CORP[OR]IS SANITATE GAUDELE ET GLORIOSA[E] B[EA]T[A]E MARIA[E] SE[M]P[ER] / VI[R]G[I]NIS I[N]TERCESSION[E] A P[RÆSE]NTI LIBERA[R]I TRISTICIA ET [A]ETERNA / P[ER]FRUIT L[A]ETICIA P[ER] C[H]R[IST]U[M] DOMINU[M]  N[OST]R[UM]».
Più interessante per la ridefinizione del titolo della Madonna rappresentata è la seconda iscrizione, al margine inferiore, sull’alzata di una bassa predella: «ANNO DOMINI MCCCCXXXXVIII DIE PRIMO ME[N]SIS NOVE[M]BRIS DUA DECIMA I[N]DICCIONE». L’evento celebrato, sinora sfuggito all’attenzione degli studiosi e che formalmente motiva l’opera, è il ventennale della seconda rivelazione mariana sul Monte Berico, a sud di Vicenza. Nella prima apparizione, il 7 marzo 1426, la Vergine aveva domandato ad una anziana contadina del luogo, Vincenza Pasini, l’erezione e la dedicazione di una nuova chiesa , aspirazione ribadita nella seconda visione del 2 agosto 1428 . La data del 1 novembre trova, invece, corrispondenza nel giorno in cui è festa nella chiesa vicentina di Ognissanti, in borgo S. Caterina, nel cui cimitero la Pasini era stata sepolta  e dove era all’epoca serbato un ex voto, una preziosa tela di Giovanni Girolamo Tonici che la ritraeva , esposto alla venerazione dei fedeli ogni 25 di agosto, anniversario della posa della prima pietra del Santuario di Monte Berico . La stessa veggente sarebbe stata idealmente ritratta tra le vergini inghirlandate alla sinistra della Madonna; il sospetto nasce dalla postura della devota vestita di nero, mediana, in seconda fila, con il capo coperto da un velo che riecheggia il fazzoletto del ritratto del Tonici, la sola mirante Maria e contraddittoriamente frontale rispetto al riguardante. L’identificazione è potenziata dalla triangolazione stabilita con uno dei fedeli, anche lui in abito nero e l’unico a fronte dello spettatore, più distratto dalla presenza della Pasini che attratto dalla figura della Vergine.
Dal raffronto delle cronologie emerge l’antico equivoco in cui incorse il committente, che dimostra di confondere, il 1 novembre, festa di Ognissanti e titolo della chiesa che conservava le spoglie mortali della beneamata contadina, con il 2 agosto anniversario dell’ultima apparizione. Qualcosa di simile accade appena qualche decennio dopo (post 1472) nella Firenze laurenziana, allorché Domenico Ghirlandaio affresca nella lunetta della cappella di Amerigo Vespucci, giurista e cancelliere sotto Cosimo De’ Medici tra il 1434 e il 1470, nella chiesa di San Salvatore di Ognissanti (nota come ‘chiesa di Ognissanti’) una non dichiarata, e forse a ragion di ciò sin qui misconosciuta, Madonna della Misericordia di Monte Berico con committenti e veggente, in prossimità, o forse in coincidenza, del cinquantennale di quella prima rivelazione mariana . La conferma giunge dalla rappresentazione, al margine destro del riguardante, dell’anziana Vincenza Pasini della tela di Girolamo Tonici, con lo stesso fazzoletto bianco sul capo, calante sulle spalle. Strettamente coevo è invece il polittico della Misericordia allogato a Piero della Francesca l’11 febbraio 1445 dalla compagnia della Misericordia di Borgo San Sepolcro, con un termine di consegna al massimo di tre anni.  Di fatto l’opera fu consegnata solo tre lustri dopo, ma ciò non annulla il sospetto che, così come ad Ardara, si intendesse celebrare il ventennale dell’apparizione di Monte Berico con il ritratto, qui riconosciuto, della veggente sotto il manto protettivo della Vergine .
Talune consonanze iconografiche tra l’immagine pittorica attribuita a Giovanni da Gaeta e il si-mulacro in pietra policromata della Madonna della Misericordia (cm 170 x 140) di Niccolò da Venezia (1404-1414), traslato a Monte Berico nel 1476 dalla chiesa di S. Marcello , ne attesta-no la conoscenza e l’apprendimento. La cromia della veste della Vergine è di uno stesso giallo senape, e di un eguale tono verde è la cortina sostenuta dagli angeli nell’originale litico, qui as-sunta ad uso di manto ma parimenti trattenuta da due creature celesti.
Lo scudo in alto a sinistra rappresenta sei palle ombrate, su campo di un tono verde molto cupo, poste in cinta 1, 2, 2, 1, di cui cinque di rosso e una sesta in capo, d’azzurro. In questo si riconosce, qui per la prima volta, lo stemma dei Medici Signori di Firenze, dopo che il re Luigi XI di Francia, con un decreto emanato a Montluçon nel maggio del 1465, concesse a Piero il Gottoso e ai suoi eredi e successori legittimi di armeggiare di Francia, d’azzurro, caricata di tre fiordalisi d’oro, posti 2, 1 (qui non figurati), una palla . In origine, l’arma della famiglia dei Medici mostrava sei palle rosse in campo oro, ma con una certa licenza espressiva, almeno fino per tutto il XV secolo, vennero realizzate varianti dello scudo che presentano da tre a undici palle, diversamente disposte . L’assunzione di un campo di un tono differente da quello canonico aureo è dettata dalla necessità di contrastare un blasone che rischiava di perdersi nel fondo oro della tavola. Il verde cupo adottato rimanda all’alloro del broncone, emblema mediceo di cui si dirà più avanti, ed è uno dei colori delle divise dello stesso casato. La palla azzurra, in un’opera datata 1448, si giustificherebbe con una ripresa del testo pittorico, per un adeguamento a seguito del privilegio concesso dal sovrano. La maggiore efficacia della resa volumetrica di questa rispetto alle altre, induce a considerare una ridipintura, ad opera di altra mano (credibilmente un maestro locale), di una preesistente sfera rossa.
In simmetria, nello scudo in alto a destra, su di un campo dello stesso tono, è rappresentata un’aquila coronata che, con le altre imprese dell’anello diamantato e dello svolazzo con il motto mediceo ‘Semper’  (qui assenti) costituisce l’insegna di uso strettamente personale di Piero il Gottoso. Il rapace, in questo caso, stringe con gli artigli un tronco di alloro mozzato, detto ‘broncone’, emblema di Cosimo il Vecchio, ma fatto proprio anche dagli eredi, perché allusivo all’alterna fortuna dei Medici . Il legno è in tutto simile a quello ghermito dalle quattro aquile angolari del Basamento con stemma e imprese medicee del Cortile delle Colonne di Palazzo Medici Riccardi, singolare summa di tutte le insegne dei membri del nobile casato fiorentino tra Quattrocento e primo Cinquecento . Un ulteriore accostamento di insegne medicee differenti si coglie nella parete Ovest dell’affresco della Cavalcata dei Magi di Benozzo Bozzoli ; al suolo, in primo piano, tra il patriarca di Costantinopoli e Giuliano De’ Medici a cavallo, accanto ad un broncone sul quale svetta un germoglio è un falco che sventra una lepre, da intendersi quali tra-duzioni in chiave naturalistica delle imprese di Cosimo e Piero committenti dell’opera.
L’accoppiata stemma mediceo – aquila ha rarissime occorrenze, soltanto tre accertate oltre questa , e tutte a Firenze, su opere commissionate o beni appartenuti al Gottoso: in un coevo tondo in marmo nella Cappella del Crocifisso (1447-48) a San Miniato al Monte di Michelozzo, di Bartolomeo Michelozzi detto ‘Michelozzo’; in un rilievo sulla lunetta del Lavabo della sacrestia vecchia di S. Lorenzo (1464-1469 circa), di Andrea di Michele detto ‘il Verrocchio’, e in un fregio sulla carta Ir del Pluteo 40.3 della Commedia dantesca della Biblioteca Medicea Laurenziana . In questo codice trecentesco si pone in evidenza l’abbinamento di un’aquila, che ha nidificato su una ceppaia dalle cui radici rinascono nuovi germogli, con un broncone gemmato ed un blasone policromato con sei palle in cinta, cinque di rosso e una d’azzurro in capo, l’unico precedente noto di un modello iconografico assai simile a quello coevo ardarese.
Superfluo rimarcare che gli scudi debbano riferirsi al committente, nella fattispecie, per l’esclusività dell’insegna, a Piero De’ Medici il Gottoso (1416-1469), che nel 1464 erediterà il governo di Firenze dal padre Cosimo il Vecchio e lo trasmetterà alla sua morte ai figli Giuliano e Lorenzo il Magnifico. L’affermazione trova convalida nella figura genuflessa e plorante vestita di un sobrio abito patrizio, il cui elemento caratterizzante è il berretto rosso, trattenuto sul ginocchio sinistro, di foggia uguale a quello ‘a fungo’ che distingue i membri del nobile casato , e in particolare quello del Gottoso, nella parete Est della Cavalcata dei Magi del Gozzoli . Anche l’età mostrata è compatibile con quella di un trentaduenne qual era Piero nel 1448 . La fisionomia del volto, nel profilo massiccio della mandibola, ricalca il ritratto postumo del Bronzino, esemplato sul busto marmoreo di Mino da Fiesole; talune consonanze, nel dettaglio delle labbra e del mento, si rilevano anche nel confronto con l’ormai quasi cinquantenne Signore di Firenze, dell’olio su tavola di Cristofano dell’Altissimo .
Stabilito il committente, restano da individuare le ragioni che sostengono la donazione del quadro alla parrocchiale di S. Maria del Regno di Ardara, il maggiore tempio della antica diocesi dopo il duomo di Bisarcio, con funzioni straordinarie di cattedrale supplente . La cronotassi dei vescovi sardi attesta che il 21 ottobre del 1448 papa Niccolò V nomina nuovo presule bisarchiense Sissino o Sisinnio . Il prelato giungeva vescovo da quella Sulci che fino al 1615 conservava le spoglie del S. Antioco patrono della nuova diocesi di cui assumeva la guida. La sua prima elezione era stata lungamente osteggiata dal re di Aragona Alfonso V il Magnanimo e per questo, dopo soli sette mesi, era stato nominato vescovo di Ampurias, da dove fu rimosso, ancora una volta, forse per sottrarlo alle antipatie del sovrano, in quello stesso 1448 in cui Castel Genovese (oggi Castelsardo), centro emergente della sua diocesi, dopo un decennio di assedio consegnava le armi alle truppe aragonesi. Al contrario, il presule uscente Antonio Canu (o Cano), nominato arcivescovo di Sassari, era entrato nelle grazie del Magnanimo, che nel 1420 aveva avuto modo di udirlo predicare quando ancora era parroco a Giave, presso Sassari. Affascinato dalla brillante eloquenza lo volle oratore ufficiale di corte e consigliere del Re .
La proposta identificativa è supportata da un preciso riscontro iconografico: sotto il manto della Vergine sono due vescovi a fronte di un solo pastorale. Il sospetto che questa possa non essere una coincidenza nasce dalla constatazione che il massimo emblema della guida della diocesi sia affidato ad un terzo soggetto, vestito di un’alba, un semplice chierico individuato per la tonsura, prestato complice della transizione del comando. Uno dei due prelati si pone in evidenza perché il suo sguardo non è rivolto alla Vergine ma è ‘fuori quadro’ e ammicca lo spettatore. Evidente-mente, ed è anche questa una novità, è Sisinnio l’unico per il quale, in quanto surrogante, si trovi giustificazione di un dono di circostanza di Piero – quale la Madonna di Monte Berico sarebbe stato – per la sua intronizzazione a Bisarcio. Il condizionale è d’obbligo perché le ragioni addot-te non sarebbero da sole sufficienti a giustificare una attenzione di così alto rango. Si sospetta – e il dubbio è fortissimo – che questa seconda motivazione che segue quella formale epigrafica, sia pretestuosa e ne celi una terza non dichiarata in modo esplicito, eppure più realistica.
Per comprendere che spirito animasse il committente, chi fosse il vero destinatario e quale il fine ultimo del munifico dono, è utile tralasciare la Sardegna e inquadrare la vicenda in un più ampio contesto politico-religioso, nel quale la sottile diplomazia medicea ha dimostrato, anche in occa-sioni ben più importanti, di avvalersi di strumenti efficaci. Il decreto di nomina di Sisinnio e di Antonio Canu, si è detto, è del 21 ottobre 1448, ma è statisticamente credibile, perché prassi comune, che l’intronizzazione sia avvenuta qualche tempo dopo, nei primi mesi dell’anno se-guente, per dare modo al novello pastore di organizzare materialmente la presa di possesso della diocesi. Nel mentre sarebbero giunte a compimento quelle condizioni nelle quali si trova una giustificazione indiretta ma, alla luce della strettissima sequenza degli eventi che verranno, più che attendibile di tanta insolita liberalità.
Appena l’anno prima, nel 1447, Tomaso Parentucelli cardinale e arcivescovo di Bologna era stato eletto al soglio pontificio con il nome di Niccolò V, all’età  di soli 49 anni. A Firenze aveva portato il suo contributo al Concilio Ecumenico, trasferito nel 1439 da Ferrara nel capoluogo fiorentino su pressione del lungimirante Cosimo il Vecchio, che in quello straordinario evento aveva intravisto una occasione di crescita politica ed economica della città . Nel singolare avvenimento aveva investito ben 4.000 fiorini per ospitare papa Eugenio IV, i vescovi al seguito e una nutrita delegazione bizantina che accompagnava l’imperatore Giovanni VIII Paleologo e il patriarca Giuseppe. L’arrivo degli illustri personaggi consacrò l’importanza di Firenze a livello europeo e l’esotico corteo di dignitari stranieri fu immortalato nella Cappella dei Magi dal Gozzoli. Il legame tra i Medici e il nuovo Papa, d’altra parte, era antico e consolidato. Quando Cosimo il Vecchio decise di fondare la Biblioteca di San Marco, il libraio umanista Vespasiano da Bisticci lo consigliò e gli spedì, per il tramite dello stesso Parentucelli, un catalogo sistematico che diventò la base della nuova collezione della nascente biblioteca medicea. Last but not least, tra le prime personalità ricevute in udienza pubblica dal neoeletto Santo Padre furono sei ambasciatori fiorentini, tra i quali era il giovane Piero . Per rinsaldare quella influente amicizia di famiglia, il Gottoso avrebbe raccomandato a Giovanni da Gaeta la raffigurazione, tra i più prossimi alla Vergine, dello stesso Pontefice e di un porporato che gli regge il pastorale, forse suo fratello uterino Filippo Calandrini (1403-1476), nominato cardinale e arcivescovo di Bologna appena il 20 dicembre 1448 .
Determinante per la commissione della Madonna di Monte Berico ardarese sarebbe stato l’annuncio dell’Anno Santo del 1450, indetto il 4 gennaio 1449. E’ credibile che Piero, sull’esempio paterno, abbia fatto dono a Sisinnio, per una fortunata coincidenza nominato vescovo da Niccolò V in quegli stessi mesi, del quadro della Madonna della Misericordia al fine di coltivare e ingraziarsi la già forte simpatia del Parentucelli. Il donativo sarebbe – lo si afferma qui per la prima volta – il solo noto di una credibile più ampia strategia in esecuzione di un medesimo progetto, nel quale devozione , amicizia, diplomazia, politica e finanza si confondono, mirato alla raccolta dei consistenti proventi dell’imminente Giubileo. Le aspettative economiche non restarono deluse: secondo i cronisti del tempo il successo sarebbe stato superiore, per numero di pellegrini e per offerte, a quello indetto da Bonifacio VIII, nonostante una virulente epidemia di peste avesse colpito la capitale della cristianità. Del consuntivo e dei risvolti politici di quell’Anno Santo scrive lo stesso Vespasiano da Bisticci nelle sue biografie di uomini illustri: «Di poi [Niccolò V] mi si rivolse e disse: [“]tu sai quanti benefizi m’ha fatto Cosimo de’ Medici ne’ mia bisogni[ ], e perciò ne lo voglio remunerare, e domattina lo farò mio depositario. Non si può errare essere liberale inverso gli uomini grati[”]. Fu volta – conclude l’umanista fiorentino – che il banco de’ Medici ebbe della Chiesa nelle mani più di cento migliaja di fiorini, secondo che io ho udito da persone degne di fede che istavano con loro. Dissemi poi: [“]io voglio fare uno grande onore a’ Fiorentini: domattina darò loro udienza in concistoro pubblico, dove si dà a’ re e agl’imperadori, per dare loro questo principio e fare loro questo onore[”]» .
Nella stessa epoca la mensa vescovile di Sisinnio non arrivava a cento fiorini annui  e, per la persistente carenza di rendite, nel 1503 con la bolla Æquum reputamus Giulio II sopprimeva la Diocesi di Bisarcio e la univa, con quelle di Castro e di Ottana, a quella nascente di Alghero. A ragion di ciò nel 1505 Giovanni Catazzolu, arciprete di Bisarcio con prebenda di Ardara, dismet-teva l’antica icona di «Sancte Marie de Regno» altrimenti Madonna di Monte Berico ‘Medici’ e finanziava il magnificente retablo di Giovanni Muru e aiuti, nel tentativo di far recedere il Pon-tefice da quegli intendimenti, tratteggiando, nel suo disperato viaggio a Roma, l’improbabile profilo di una diocesi florida e opulenta, al quale Giulio II non poté credere .

Gian Gabriele Cau

Conservatore del Museo diocesano di Arte sacra di Ozieri



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Last Updated ( Monday, 03 January 2011 10:54 )  

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